“In quel periodo Giorgio mi aveva
consigliato di suonare con un copricapo…….”
di Claudio Fasoli.
Ho incontrato Giorgio Buratti molti anni fa, e non ci tengo a dire quanti.
L’ho conosciuto una notte a Bologna, mentre si svolgeva una jam-session nella famosa cantina di Francesco Lo Bianco, dove assai spesso avvenivano queste situazioni estemporanee, anche come dopofestival: quella sera c’erano Charlie Mingus, Rune Carlsson, Danny Richmond, Amedeo Tommasi, Gato Barbieri, Franco Ambrosetti, Clifford Jordan e altri. Mi ricordo che Mingus suonò fino il mattino dopo alle sette, quando siamo usciti.
Sul marciapiede sotto il portico di via Rizzoli Alberto Alberti, che era stato ovviamente con noi in quanto straordinario animatore delle notti jazz nella Bologna di quel periodo, stava parlando con un signore con il cappello un po’ storto, e mi sembrò che parlasse inglese, molto velocemente: non mi meravigliai di lui ma del suo interlocutore che sembrava seguisse benissimo il discorso e anzi rispondesse in maniera pertinente.
Solo dopo molto tempo ho scoperto che parlavano in dialetto bolognese: forse la stanchezza e l’ora mi avevano fatto intendere che parlassero un perfetto inglese,……
ne ero assolutamente convinto!
Poi da Venezia mi sono trasferito a Milano e ho desiderato riprendere i contatti con Giorgio; mi era sembrato assai disponibile e gentile, in piena contraddizione con il suo aspetto particolarmente aggressivo, da lui peraltro assai coltivato e di cui penso sia tuttora assai fiero.
Ero a Milano con lo scopo di conoscere musicisti e lui era l’unica persona affermata che mi aveva detto di farmi sentire. Alzai il telefono e lo cercai.
La sua informalità era pressoché totale e imprevedibile, un po’ come ora d’altronde.
Mi invitò immediatamente a suonare in un suo studio dove incontrai altri musicisti, e poco dopo arrivò anche Franco D’Andrea con il saxsoprano; debbo dire che suonava particolarmente bene e mi colpì il discorso armonico implicito nel suo fraseggio.
Ho avuto altre occasioni di suonare con Giorgio , anche perché dopo poco tempo mi invitò a partecipare ad un concerto che sarebbe stato registrato.
In quell’occasione mi sarei trovato fianco a fianco con Valdambrini e Cuppini e altri nomi per me mitici. Avevo paura di fare brutta figura!
Ma la cosa andò bene ed il disco venne pubblicato sotto il titolo di “My Soul In Performance”. La bella foto in copertina ritrae Buratti in un suo atteggiamento tipico, definibile come “sforzo creativo”,”impegno creativo” o meglio “spasimo creativo”. Un atteggiamento molto “jazzy” che mi piaceva e condividevo.
In quel periodo Giorgio mi aveva consigliato di suonare con un copricapo, poteva essere un Borsalino o altro del medesimo tipo, nella tradizione del jazz newyorkese.
Al momento ho fatto fatica a fare mia questa opzione, ma poi questo diventò un tratto insostituibile della mia immagine.
In un certo periodo Giorgio prese la conduzione di un locale dove si suonava jazz; alla porta c’era una gigantografia della foto suddetta e questo incuteva un certo timore in chi non lo conosceva o non era addentro al clima jazzistico.
Quella sera c’era poca gente, ma c’era grande musica: infatti al tenore c’era Eraldo Volonte’ in gran forma, con il suo suono bellissimo e assai espressivo.
Oltre a Giorgio al contrabbasso, particolarmente concentrato ed efficace, non ricordo chi ci fosse alla batteria!
Il clima era solenne, e silenzioso perché stavano registrando, e la musica usciva con grande scioltezza ed efficacia. Sono rimasto a lungo ad ascoltarli con grande gioia.