Ci si trovava il sabato sera dopo cena al solito posto, davanti alla statale (perché ci abitava il prode Antonello che aveva il braccino corto con la benzina, non perché fossimo assidui frequentatori dell’università, tutt’altro).

Ci limitavamo a qualche birretta in giro (le discoteche ci avevano stancato, si spendeva un treno di soldi e non si beccava mai) e sempre più di frequente capitava che si rimanesse lì fermi a chiacchierare.

Divertente, per carità, ma terribilmente statico.

Doveva essere più o meno il 1988 o ‘89, non ricordo bene.

Una sera Fabrizio, che, dopo aver passato la giornata a vendere auto svedesi a padani borghesi, per diletto schiacciava i tasti neri e bianchi (alcuni sostenevano in sequenza assolutamente casuale) in un gruppo rock,

 dice: “Mi hanno consigliato un posto carino dove andare, proviamo?”.

Detto, fatto. Si va. Via Friuli.

Quattro vetrine, telecamera all’ingresso, da fuori non si capisce nulla dell’interno. “Machec***odipostoé?”“Saràmicaunclubprivato?” aleggiano le prime preoccupazioni fra la truppa.

Ci armiamo di coraggio e suoniamo il citofono.

Mi pervade la sgradevole sensazione di essere osservato dall’occhio elettronico.

La mia sensazione è quella di un rapinatore sfigato tipo Woody Allen con pistola di sapone sotto la pioggia come in “Prendi i soldi e scappa”.

Invece accade l’inatteso: ad accoglierci una inaspettata e deliziosa presenza; una bellissima donna (mitica Raffaella) dal viso dolce e i modi delicati ci chiede sorridendo soldi e documenti per fare la tessera (ma allora è un club privato!)

Penso che se questa è l’accoglienza, ci sono buone speranze. Ma ancora non avevamo ancora varcato la soglia… (Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate!) Una volta dentro veniamo sottoposti al test d’ammissione al cospetto di un omone burbero capelli cenere e pizzetto (Giorgio, Il Boss).

L’escamotage della tessera club aveva certamente una ragione fiscale, ma io sono sempre stato sicuro che la scelta fosse stata fatta da Giorgio principalmente per scremare i possibili rompicoglioni. (credo di ricordare che una volta me l’avesse anche confessato, sotto l’effetto inebriante di un poderoso bicchiere d’acqua del rubinetto).

Ebbene il test avveniva in questo modo: sguardo sospettoso al nome sul documento (1° filtro), secondo sguardo penetrante verso gli occhi dell’avventato avventore (2° filtro) ed infine, secondo me, ci scappava anche un’annusata (metaforica, intendo).

A questo punto il buon Giorgio aveva già capito se gli piacevi o no. Nel primo caso entravi a far parte della gran famiglia del “Living House”, altrimenti la sua missione per i successivi cinque minuti sarebbe stata quella di convincerti che il locale non era adatto causa brutte frequentazioni, pessima musica, poltrone scomode ed improbabili  cocktails preparati nientemeno che da lui stesso, integralista astemio.

Ci riusciva spesso, altrimenti trovava comunque una scusa per mandarti a quel paese.

Chissà come, siamo stati tutti promossi, adesso potevamo guardarci intorno e renderci conto: bancone “bar sport” con angolo salsicce&fontina a vista come i più moderni ristoranti giapponesi di tendenza, pareti tappezzate rosso bordò, quadri optical, particolari alluminio anodizzato … alla faccia degli anni settanta. Mi aspettavo di trovarmi di fronte da un momento all’altro Alex e i drughi sorseggianti latte++ (Arancia Meccanica, tanto per continuare le citazioni cinematografiche).

E poi la scaletta a chiocciola che portava nel Cavern Club.

La piccola porticina in fondo alla scala ti apriva l’orizzonte su un palco che neanche a San Siro.

In effetti, lì sopra non mancava nulla a parte lo spazio.

Per la buona riuscita di un’esibizione era però necessario che i singoli musicisti si accordassero (attenzione ho detto i musicisti, non gli strumenti, per quelli l’impresa era titanica soprattutto dopo il passaggio di Fabrizio al pianoforte) su una serie di movimenti sincronizzati tipo danza tribale; se ci si voleva muovere un po’ bisognava farlo tutti insieme e nella stessa direzione altrimenti si rischiava che il chitarrista infilasse il manico nel didietro del basso che per evitare il rapporto contronatura si girava di scatto tirando una palettata all’uomo con le bacchette il quale non poteva far altro che rovinare completo di tom e charleston addosso al pianofortista.

C’è da dire che almeno l’effetto comico era assicurato.

Ma è il feeling e la magia che contano e l’aria (fumosa) che si respirava in quel microcosmo ci ha stregato.

La “Living house” è diventata subito un’abitudine, guai a mancare un sabato.

Era come essere a casa, con tanti amici a giocare, parlare, musicare…

e poi, Giorgio si era rivelato.

Dietro la maschera di burbero contrabbassista (e quale altro strumento avrebbe potuto suonare? chi si somiglia si piglia, dice un proverbio), si celava (e si cela tuttora, mica è un epitaffio, questo) un simpatico burlone, colmo di ironia ed autoironia e sempre pronto a fare due chiacchiere, anche serie, mica solo belinate !! Eppoi i cocktails inediti, gli incredibili panini con i “wunster” (?!?) Sento di poter dire che abbiamo passato momenti indimenticabili, e nell’insieme ci siamo sicuramente divertiti molto.

Abbiamo messo in piedi anche serate mitiche, ma di questo parleremo un’altra volta.

 Alla prossima

 Davide